Una Winston blu

«Lo so, dottore, tutto questo piace a me meno che a lei, però al comando esigono sottopormi a una perizia psichiatrica. Cosa vuole che le dica… lo fanno tutti dopo essere tornati dalla loro prima missione. Senta, le propongo un patto: lei mi ascolterà in silenzio e io cercherò di non rubarle più tempo del necessario.
«Fantastico, allora; le dicevo della prima missione perché è proprio quello di cui voglio parlarle: la mia prima missione. Al comando ritengono che molti crollino la prima volta che si uccide un uomo. Lo chiamano disturbo post-traumatico da stress. Deve sapere che mi sono informato molto e conosco gli effetti che procurava anche ai veterani di guerra, figuriamoci alle reclute. Già, è proprio un figlio di puttana, questo disturbo, e spero di non averlo preso. Ma sa cosa c’è? Non credo proprio. Mi sento bene, dottore, mi sento benone. Vuole una sigaretta? No? Poco male, ce n’è di più per me.»
Il soldato tirò fuori dalla giubba militare un pacchetto sgualcito di Winston blu. Lo aprì e prese una sigaretta tra le labbra. Stava già per accenderla quando si fermò. «Deve perdonare i miei modi. Non le dispiace se fumo dottor…»
Si avvicinò al dottore e gli sedette accanto. Allungò il collo verso la targhetta sul petto e lesse: «Dottor Makarov.»
Lui accese la sigaretta senza aspettare risposta. Assaporò la prima boccata e cacciò fuori il fumo. Contemplò la sigaretta tra le dita e disse: «Makarov è un cognome russo. Lei è russo, dottore? Ho letto che, un tempo, russi e americani non avrebbero potuto nemmeno frequentare lo stesso pub senza che ci scappasse il morto, figuriamoci collaborare in operazioni militari. Però il mondo è cambiato; io e lei lo sappiamo bene, dottore: basta guardare la sua maschera antigas. Ne indossa una come la maggior parte della gente qui attorno. Noi soldati, però, ci affidiamo ai sogni di un professorone invasato coi capelli unti, un tale Arthur Raymond Graham o qualcosa del genere. Vuole costruire una città circondata da un campo elettrico che dovrebbe respingere il virus, ma ci pensa? La diga di Hoover è stato il nostro bersaglio, la mia prima missione. Lui e i suoi scienziati ritengono che la diga possa generare tutta la potenza energetica necessaria ad alimentare i suoi giocattoli.
Io non ci credo neanche un po’ ma, fin quando mi pagherà lo stipendio, me ne starò buono buono.»
Aspirò un’altra boccata e sollevò la sigaretta sopra la testa, mostrandola al suo interlocutore.
«Tutto inizia da questa sigaretta, dottore. Mi chiede perché? Ma è semplice: questa sigaretta mi ricorda mio padre. John Callum Sneider. Fortuna che ha deciso di chiamarmi Jimmy; voglio dire, Callum è un nome così ridicolo, andiamo. Comunque, John era un vecchio figlio di puttana, ma uno di quelli cazzuti. Era fedele e leale al suo paese come nessun altro.» Agitò la sigaretta di fronte al dottore, quindi riprese: «Era un soldato, e di quelli importanti. È stato ucciso durante le famose soppressioni delle rivolte, quelle del 2100. Non ho mai saputo se il proiettile che lo uccise apparteneva a uno di quegli schifosi predoni in motocicletta o a uno di quei pazzi invasati del Movimento. Poco male; li odio entrambi e li schiaccerò come mosche.» Sneider si rabbuiò, tirò ancora dalla sigaretta e tornò a sorridere. «Perdoni il mio sfogo, dottore. Per riprendere, decisi di sottopormi all’addestramento militare dopo la sua morte. Così mi ritrovai in pochi anni a prendere ordini da un tale sergente Ebner. Un tipo molto taciturno, devo dire. Così ci dirigiamo verso l’obiettivo e cosa troviamo? La centrale della droga. Si rende conto? Quegli stronzi in motocicletta avevano preso possesso di un colosso in grado di generare così tanta potenza elettrica da illuminare il Nevada e la California, e cosa ne hanno fatto? Un laboratorio per sintetizzare metanfetamine o chissà quale schifezza. È stato un massacro, li abbiamo uccisi tutti. Solo due dei nostri sono rimasti feriti e temo che uno di loro non ce la farà.»
Allungò una mano indicandolo e aggiunse: «Diamoci del tu, dottore, sono sicuro che non si incazzerà. Ecco, senti? Le senti le sue urla? Le urla di chi muore… le senti? No, certo, come potresti.» Emise un brontolio divertito e aspirò ancora una volta. «Hai capito, quindi, perché questa sigaretta mi ricorda mio padre? Perché erano le sue preferite. Ma il vizio del fumo non è l’unica cosa che mi ha trasmesso, sai? Oh no… c’è anche l’odio. L’odio incondizionato e incommensurabile per tutti i nemici dello Stato. È per questo che mi sento bene anche se ho ammazzato tanti uomini, oggi; perché, nonostante tutto, io volevo farli fuori… uno per uno. Sai, dottore, molti di loro indossavano un camice come il tuo e una maschera come la tua. Erano tecnici di laboratorio, senza dubbio. Producevano la droga per loro o per rivenderla, non mi importa… erano nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ora tutto è nelle mani di quel visionario di Graham. Ho perfino sentito
il sergente elogiare le mie gesta al comando. Sai, dottore, credo che Faraday mi darà una promozione; sarò caporale prima di domani.
«Adesso, però, voglio parlarti della mia prima uccisione.» Sneider aspirò un’ultima volta dalla sigaretta, quindi abbassò la maschera del dottore quanto bastava per esporgli la fronte e gliela spense addosso. Afferrò, poi, il camice per i lembi e glielo strinse attorno, stando bene attento che il sangue che gli colava dai due fori sul petto non gli macchiasse le mani. Prese il suo coltello e staccò di netto la targhetta del nome dal camice. La intascò. «Sai, non credo che questo sia il tuo vero nome, non credo nemmeno che il camice sia tuo, a dirla tutta. Sarà rubato come tutto quello che avevate qui, alla diga, ma voglio un ricordo del primo uomo che ho ucciso. Mi rammarico solo di non avere visto i tuoi occhi quando hai capito che stavi per morire. Tutta colpa di questa fottutissima maschera.»
Gliela strappò con foga e osservò, deluso, quel volto. Era completamente ricoperto di sangue rappreso, la maschera aveva agito da cassa di contenimento quando quell’uomo aveva cominciato a rigurgitare fluidi. Guardò gli occhi azzurri e i capelli biondi e sbarazzini; si alzò e scagliò la maschera contro il cadavere del dottore. «Non eri nemmeno russo.»
Calò con forza il berretto militare sulla nuca e abbassò la visiera sugli occhi; frugò in una delle tasche tattiche del giubbotto e afferrò i suoi occhiali da sole. Reggendoli per un’asta, con una rotazione del polso li aprì e li indossò. Si volse verso l’ingresso della diga e si avviò con un mezzo sorriso stampato in faccia.
Il sergente lo stava chiamando.

Luigi Claudio Viagrande
Si ringrazia Adriano Calvanese Strinati per l’editing professionale e di qualità.

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